Mario Desiati e il suo Mare di Zucchero alla scuola Zingarelli

Il 26 marzo alcune classi seconde del nostro istituto hanno avuto l’opportunità di incontrare Mario Desiati, autore del libro Mare di Zucchero, che è stato letto in classe nell’ora di narrativa.

Ci aspettavamo uno scrittore diverso, distante da noi, invece Desiati è un adulto “giovane” e quindi l’incontro è stato più piacevole del previsto.

Abbiamo rivolto a Desiati diverse domande sul romanzo, sul suo percorso di vita e sul suo rapporto con la scrittura e lui è stato disponibile e ha raccontato molti aneddoti divertenti e istruttivi soprattutto su quando aveva la nostra età.

Come è nata la sua passione per la scrittura?

La mia passione per la scrittura è nata presto. In realtà volevo fare il poeta perché la maestra ci assegnava spesso delle poesie da imparare a memoria e recitare, e questo mi ha avvicinato alla poesia.

Mi ricordo che Natale, di Ungaretti, mi piacque molto perché mi ritrovavo nella malinconia descritta dal poeta in quanto il Natale intristiva un po’ anche me. Forse per la prima volta mi immedesimai davvero in una poesia…

Un altro episodio che ricordo bene e che riguarda la poesia e la scrittura risale alla seconda media, sempre nel periodo di Natale. La professoressa ci aveva assegnato un compito: scegliere e portare in classe una poesia natalizia.

Il giorno della consegna, ero convinto di aver dimenticato qualcosa, ma non capivo cosa, finché non arrivai in aula e vidi tutti con un foglio in mano: avevo dimenticato la poesia!

Essendo il mio cognome “Desiati”, il mio turno sarebbe arrivato presto. Prima di me fu chiamato un compagno che aveva anche lui dimenticato la poesia, e la professoressa, arrabbiata, gli mise “asso”, come diceva lei per intendere “uno”. Era una brava insegnante, ma non era proprio buona, e allora io, terrorizzato, capii che avrei preso l’asso pure io…

Proprio quando arrivò il mio turno, entrò in classe la preside e chiamò fuori la professoressa, salvandomi temporaneamente. Approfittai di quel breve intervallo per scrivere di getto una poesia sui Re Magi, visto che tutti gli altri avevano parlato di Gesù, del bue e dell’asinello.

Quando la professoressa rientrò, la lessi: parlava dei Re Magi che riscaldavano Gesù Bambino vicino al termosifone… nel Medioevo. La professoressa, sospettosa, mi chiese:

— Di chi è questa poesia?

Risposi:

– Un Anonimo.

Per fare il fico, aggiunsi anche:

– Del Medioevo.

Lei mi guardò e disse:

— Non sapevo che nel Medioevo ci fossero i termosifoni.

Pensavo di averla convinta, ma in realtà mi stava solo lasciando credere di averla scampata.

Arrivò il saggio di fine anno, e io fui scelto per recitare la mia poesia davanti a tutti. Mentre la recitavo, la preside, che stava ascoltando quasi sonnecchiando, sentendo dei Re Magi che scaldavano Gesù con il termosifone, si svegliò di colpo ed esclamò sorpresa, indicandomi:

— Ma questo, dove l’avete preso?

A quel punto, tutti scoppiarono a ridere, e mi resi conto di aver fatto una figuraccia colossale. La professoressa mi aveva lasciato fare proprio per questo: sapeva che, davanti a tutti, avrei capito la lezione. Il mio lavoro, però, piacque molto ad un mio amico che mi chiese di scrivere la posto suo una lettera alla ragazza che gli piaceva: in realtà piaceva anche a me, ma pur di avere le 50 lire che lui mi aveva promesso, la scrissi e siccome i due si fidanzarono, mi convinsi che ero un grande scrittore e la mia passione per la scrittura divenne ancora più forte.

Anni dopo seppi che alla ragazza la lettera non era affatto piaciuta e quindi forse la mia passione è stata alimentata da un equivoco. Vedete com’è la vita?!

Secondo Lei oggi saremmo ancora pronti ad accogliere una nave piena di migranti come la Vlora?

Rivolgo a voi la stessa domanda: saremmo pronti?

, come Luca ha accolto Ervin.

Esatto. Più si è giovani e meno si ha paura, e poi, se ti difendi sempre ti “perdi il mondo” e tutte le esperienze e gli insegnamenti che potresti acquisire. Del resto nasciamo con due gambe e due braccia per muoverci e accogliere, e la Puglia è una terra di passaggio, nella quale si parlano tanti dialetti che sono come lingue diverse, perché la diversità è la nostra ricchezza. siamo una terra che ha detto Sì AL MONDO!

Nel suo libro “Mare di zucchero” ha scelto di lasciare il finale aperto, ma noi sappiamo che dentro di lei esiste un finale preciso. Può dirci qual è?

Prima di rispondere a questa domanda è necessario dire che i romanzi si distinguono in letterari e di genere. Mare di zucchero è un romanzo letterario e quindi non ha un finale chiuso, del resto la vita è come un romanzo letterario: resta sempre sospesa. A ben vedere, poi, si capisce che i due ragazzi hanno in qualche modo “risolto” la loro vita: Ervin , pur avendo avuto delle grandi difficoltà, le ha superate e si è costruito un futuro, e così Luca. Questo ci dice che le difficoltà si superano: anche a questo serve la lettura.

La vita stessa non ha un finale definito, e ognuno può immaginare il proprio. Così è nella letteratura: una storia non si conclude semplicemente con l’ultima pagina, ma continua dentro chi legge.

Se dentro di me ho un finale preciso? Forse sì, ma preferisco che resti mio. Quello che conta è ciò che ciascun lettore trova nella storia e come la interpreta.

Abbiamo letto che ha frequentato la facoltà di Giurisprudenza. Come mai, poi, ha scelto di diventare scrittore?

A diciott’anni, o comunque prima di iniziare Giurisprudenza, non avevo ancora le idee chiare su cosa volessi fare davvero nella vita. Ho scelto quel percorso perché sembrava la strada più sicura e perché diversi scrittori che stimavo hanno compiuto quegli studi. Quando avevo tredici anni  ho letto “La metamorfosi” , un libro che vi consiglio: non ci ho dormito per tanti mesi, ma mi è piaciuto molto. All’inizio quasi avevo timore di svegliarmi trasformato pure io in scarafaggio, anche se, a dire la verità, Kafka non parla mai esplicitamente di uno scarafaggio, ma di un orribile insetto. Anche molti miei amici scrittori, ad esempio Paolo Giordano, sono laureati in discipline che apparentemente con la scrittura non c’entrano nulla: lui, ad esempio è un fisico. Lo studio, dà un metodo, per imparare a scrivere, poi, bisogna leggere molto e cose diverse.

Scrivere, comunque, è sempre stato qualcosa che mi faceva stare bene, e a un certo punto ho capito che era quella la mia direzione.

A scuola spesso ci viene chiesto di scrivere temi, ma a volte non abbiamo idee. Ha qualche consiglio per migliorare la scrittura?

R: A volte capita di non sapere da dove iniziare, e anch’io da ragazzo avevo lo stesso problema. Vu suggerisco di prendere un libro, anche la vostra antologia, di andare alla sezione delle poesie e scegliere un verso che vi piace, vi suggerisce qualcosa: ripetetelo, rifletteteci su. Da lì lasciate andare i pensieri, create collegamenti e vedrete che le idee verranno. Quindi, il mio consiglio è provare a partire da qualcosa di concreto: una frase, un’immagine, un ricordo e lasciarsi guidare dai pensieri.

All’inizio del libro Lei ringrazia Alessandra, chi è?

Quando ho scritto quel libro Alessandra era la mia fidanzata; poi ci siamo lasciati. Oggi è una mia cara amica, ed è stata una persona fondamentale nel mio percorso di crescita. Mi ha aiutato e sostenuto in tanti momenti, anche nella scrittura e mi ha aiutato ad accettare le mie fragilità. A volte, abbiamo bisogno di qualcuno che creda in noi più di quanto lo facciamo noi stessi, e lei è stata quella persona per me.

Nel suo libro traspare un grande amore per la Puglia, eppure per un periodo ha vissuto a Roma e poi a Berlino. Perché ha deciso di trasferirsi?

La Puglia è sempre stata casa mia, ma ho sentito il bisogno di esplorare altri luoghi. Roma è stata un passaggio importante nella mia formazione, mi ha dato tanto dal punto di vista culturale e lavorativo.

Berlino, invece, mi ha aperto a nuove esperienze e a una dimensione più internazionale.

A volte, per capire veramente le proprie radici, bisogna anche allontanarsene per poi tornare: io sono tornato e vivo di nuovo in Puglia.

Sofia Iamele e Vania Maino con i compagni di classe

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