Vi siete mai pentiti di un gesto che avete compiuto o di una frase che avete detto?
Io sì, tantissime volte. Mi capita spesso di pensare di aver fatto soffrire qualcuno e di sentire il bisogno costante di rimediare ai miei errori, finendo però per crearne ancora di più.
Mi chiedo sempre cosa possa aver provato una persona nel sentirsi dire certe parole. Così mi metto nei suoi panni. Essendo una persona sensibile, provo un forte senso di colpa, perché so che, se fossi stata al suo posto, ne avrei sofferto anch’io.
A volte parlo senza pensare, lasciando uscire parole che, pur sembrando insignificanti, portano con sé un peso enorme. E mi dispiace, tanto.
Subito dopo aver detto qualcosa che temo possa ferire, chiedo “scusa”.
Ma “scusa” è solo una parola semplice, composta da cinque lettere. Non ha un significato profondo, non è una dimostrazione concreta di pentimento e, soprattutto, non annulla i gesti compiuti. Ed è proprio qui che nasce il rimorso.
Il pentimento è un tormento, una paura, un’ombra che perseguita le persone insicure.
Dopo le mie scuse, la maggior parte delle persone mi dice di non preoccuparmi.
Ma come faccio a non preoccuparmi?! Se fossi stata al loro posto, mi sarei intristita parecchio, cercando di capire il perché di quelle parole o di quell’azione.
Sono io quella strana?
Eppure, gli errori dalle parole spesso si sportano anche sulle azioni.
Come quando non aspetti il tuo compagno che sta ancora sistemando lo zaino mentre la campanella è già suonata.
O quando vedi qualcuno soffrire e non ti avvicini.
O quando un anziano ha bisogno di aiuto per attraversare la strada e tu resti fermo, senza reagire.
Perché non facciamo nulla?
Perché pensiamo solo a noi stessi?
PERCHÉ?
Sofia De Marzo